mercoledì 3 agosto 2011

ho da proporti un'attività redditizia in modo permanente: raccogliamo la gente col cucchiaino.

La soglia dei trenta si presenta in un lampo, inesorabile, e le somme da tirare sono molte, a volte troppe. La fase universitaria, l'ultima davvero guidata da altro che non sia tu, è caduta nel dimenticatoio, ora tocca a te alzare le braccia, trovare l'equilibrio vero nel mondo e passare da quadrupede a bipede. Una delle prime considerazioni che fai è che il cambiamento più grosso nella vita, per quanto quello fisico menta, non avviene affatto nell'adolescenza, ma esattamente nel momento in cui gli obiettivi, nella vita, te li crei solo tu, e non sono step universitari prefissati (per quanto gestibili in modo indipendente) e cene o birre con compagni di corso.
Per quanto robusta sia la schiera di amici che hai, non condividerai più con loro l'obiettivo materiale prossimo, ma sarai sostanzialmente da solo a calcare orme su di un piano piatto e immacolato. Emozionante e spaventoso.
Per quanto la giornata sia piena, la nostra generazione a cui hanno spezzato le gambe ancor prima che le usassimo, appunto, per reggerci, ha tarli che non sono solo economici, che non hanno solo a che fare con un lavoro precario o con la fine del mese. Ci hanno tolto i sogni, e li hanno trasformati in barattoli di supermercato. Sembra quasi una frase fatta ormai, ma non c'è niente di più vero.
La forza di volontà è andata sparendo contro l'annichilimento della realtà. La voglia di costruire nonostante tutto viene abbattuta dalla semplicità di una vita passata da soli in cui non si deve rendere conto a nessuno. Si preferisce stare per conto proprio e consumare il prossimo, piuttosto che confrontarsi giorno per giorno e cambiare, mettere la calce e il mattone. Anche quando ne varrebbe la pena.
Se mi guardo attorno, sono pieno di amici e ho rapporti approfonditi con molti, e dire molti e dire amici vuol dire che quelli veri si contano in una o due mani al massimo. Ma tutti, bene o male, vivono di questi disagi. E tutti, bene o male, non sembrano avere la volontà vera di levarcisi. Di tornare a credere nel prossimo al di là del barattolo. Di sviscerarne il contenuto e mescolarcisi davvero, non di scontrare solo le due lattine, la propria e la loro.
Si diventa cinici a forza di guardare il tipo di rapporti che si creano. A volte qualcuno ti convince più di altri, ma nel momento in cui non sei tu a darti da fare, tutto è perduto.
L'esposizione di se nei social network, poi, rovina ulteriormente le cose. Ci si vende ancora meglio e si è più soli di prima. E sfilze di persone si vendono agli altri come felici, e belli, e sexy, e divertenti e divertiti del mondo. Cosa che, certo, in parte riflette alcuni stati d'animo, ma per il 90% è pubblicità spazzatura. Ormai il meccanismo è talmente affinato che neanche ce ne rendiamo conto.
Eppure, se ti levi dal meccanismo sei fuori da tutto. Se non accetti di adeguarti, le cose sembrano ancora più difficili.
In questo blog devo aver buttato, nel tempo, un sacco di nichilismo, oltre che di passione per la musica. Ma in fondo, è proprio quando si ha bisogno di sfogarsi che si scrive. La parte cazzara è già troppo presente nella realtà.
Vorrei vivere in un mondo in cui la gente avesse ancora il coraggio di credere in se stessa. E per credere in se stessa, dovrebbe comportarsi di conseguenza. E' la seconda parte che manca, in fin dei conti. Si pretendono cose che non si danno. Si manca di rispetto e lo si esige.
Non funziona così. Non deve.

venerdì 14 gennaio 2011

sto per andare al concerto delle luci della centrale elettrica. bè?

non credo sia questione di essere combattuti.
le luci della centrale elettrica sono il progetto di Vasco Brondi e per uno strano caso già il nome del wikidefinito "cantautore" ferrarese ha in se la problematica che mi contorce: le immagini ricercate, antinomiche e a volte improbabili che spesso utilizza - il nome vasco evoca per forza l' ex rocker dall'inascoltabile eeeh convertito al qualunquismo, brondi è una semi conosciuta marca di produzione di telefonia in italia.
la premessa: Brondi è del 1984 e appartiene a un background regionale riconosciuto (almeno dal sottoscritto) come stimolante, concreto, fonte di una viva socializzazione ma anche di atmosfere "di gruppo" che faticano a mollare la zavorra adolescenziale per acquisire una certa autenticità adulta. in questa spiegazione c'è già tutto quello che sto per proferire - a volte sono aulico.
le luci della centrale elettrica, il cui nome merita un sentito chapeau, rappresentano sicuramente un bel pezzo di pensiero dei (pochi?) giovani in italia che non si adeguano alla capraggine imperante ma che coltivano una loro creatività e si fanno qualche domanda su che posto abbiano nel mondo. questo lo spinge ad esprimere il proprio disagio, ma anche la forza dei rapporti interpersonali di generazione, in un modo sicuramente diverso da quello della maggior parte dei gruppi italiani di oggi, di cui non parlo mai dato che tendenzialmente mi fanno tristezza o li vedo in maniera musicalmente distaccata data la (spesso inesistente) creatività di fondo o banalità dei testi.
il modo in cui si esprime vuole anche essere veicolato da un tracciato verbale che non rifletta scempiaggini giovanili legate all'infanzia verbale del branco, ma tenta con tutte le forze (ed è anche questo il problema) di creare immagini evocative impensate che colpiscano e restino in mente a livello atmosferico. è immediata l'impressione dello stato d'animo che si vuole trasmettere, ma il problema è che nella foga di evocare in modo creativo e impensato si finisce per forzare il tutto e risultare costruiti, per cadere in un metodo poco autentico e soprattutto che fa perdere completamente di vista il contenuto artistico.
il problema è questo: nessuna questione sul fatto che un pezzo possa essere composto anche di soli fiati, o urla, rutti o testi con pennellate scollegate e senza filo logico. che siano però credibili e frutto di una sincera espressione di se. non di una ricerca da slogan pubblicitario.
se le immagini che evochi sono continuamente antinomiche e inserite in una sorta di pensiero a getto continuo che và da navicelle spaziali russe o giapponesi al "lavarsi i denti con le antenne della televisione durante la pubblicità" o ancora "con le nostre discussioni serie si arricchiscono solo le compagnie telefoniche".. queste frasi sono volutamente fuori contesto ma, a parte le navicelle spaziali che sono passibili di essere solo un'immagine, a parte la seconda (che cosa trasmette sopra una melodia malinconica davvero non so dirlo), la terza è un concetto vero e proprio e nel contesto suona semplicemente: assurda? insignificante?
"benedirci in chiese chiuse e farmacie compiacenti", "faremo dei rave sull'enterprise" (quest'ultima urlata in tono straziato): che vuol dire? chi rappresenta? bah.
e il punto a volte non è che la singola espressione non ci stia, ma è che accostata a tutte le altre in un ordine quasi sparso non si conferma credibile.
eppure "invidiare le ciminiere perchè hanno sempre da fumare" è una delle citazioni di più successo tra miei conoscenti e amici che lo seguono. non è dannatamente forzata e adolescenziale? o forse non sono mai stato un tabagista incallito ed è meglio che taccia, ma sicuramente puzza un po' di ostentazione.
il pezzo ora citato è combattere l'acne, ed è forse davvero il più rappresentativo del problema: la melodia è innegabilmente efficace e coinvolgente, ma se ci si sofferma al testo è come se si mettesse ad ogni immagine un giudizio diverso - credibile - bella - forzata - adolescenziale - assurda - non pervenuta.

per non parlare del titolo del libroblog di Brondi: "cosa racconteremo di questi cazzo di anni zero". yeah. minchia oh. cazzofiga.
non ci siamo.

nonostante queste considerazioni e ben considerando la premessa fatta, che in qualche modo salva una parte del progetto, ho pronto un biglietto per il concerto di domani sera, regalo in realtà molto apprezzato di compleanno che sfrutto volentieri.
dal vivo, se dovrà essere ostentazione, verrà fuori. o sarò costretto a rimangiare il tutto e pagare pegno. aggiornerò.

giovedì 16 dicembre 2010

architecture in helsinki !


per me inizia così: nel duemilacinque esce una base da noci di cocco sulla spiaggia, alternata e in controtempo, sostenuta da un synth molto semplice e orecchiabile e con nel retro qualche effetto che dà quel tocco di atmosfera videoludica non da poco. un coro più o meno modificato al mixer intona un motivetto seguito da quella che davvero pare la colonna sonora del compianto alex kidd.
poi, dietro l'angolo, ti spunta la tromba più fuori luogo che possa esserci, seguita da un effetto sitar indiano improbabile, e quando ti scopri a gongolare sulla sedia ipnotizzato, ti si stravolge il ritmo, rallenta tutto e l'inciso si fissa in testa e ti ricordi che è stato anche usato in qualche promo di mtv, probabilmente.
la genialità sta davvero nell'aver scelto una base e un motivo vocale che potrebbero essere di un noioso terribile, ma che suonano scanzonati e leggeri e complessati da una serie di elementi molto diversi e miscelati con cura.
accompagnaci un video in stile videogame2d ispirato ad anime e il tutto è pronto.
ma non è il solo pezzo valido, anzi. ti suona un po' improbabile messo lì così, soletto.
quindi attivati e scova di seguito wishbone, singolo successivo, più suonato e coi piedi per terra, la chiave che ti convincerà che il gruppo è buono. passa di seguito ad heart it races, che nei due momenti in cui la melodia esplode è ma gni fi co, e scaricherai come minimo i primi due album.
ora ti stai ancora procurando i due successivi quindi è come se fossi fermo nel 2007 ma avessi buone premesse e ti masturbassi il cervello a suon dei loro video. di fatto lo stai facendo ora.


mercoledì 27 ottobre 2010

crystal castles e robert smith?

non è assolutamente la prima volta che smith collabora con gruppi di recente formazione.
i sottoboschi musicali che sceglie spesso hanno a che fare con i cure molto più di quel che sembra a primo ascolto, posto che parecchie basi sonore utilizzate per beat più o meno accalappia gambe o ricche di synth e con una certa complessità devono un palesissimo rodaggio da parte dei cure e negare questo è come dire che la terza serie di heroes non è un' enorme delusione (il che per il sottoscritto è un assunto matematico incontrastabile).
prima furono i blink 182, che grazie a lui produssero gli unici pezzi di un certo valore (e si sentiva), poi ancora junior jack, i placebo, billy corgan nel suo album solista, e i faithless.
nonostante questo, quando ho sentito della collaborazione con i crystal castles ho sobbalzato, un po' perchè in "not in love" ci mette la voce, un po' perchè si avvicina parecchio a un singolo dance classico, un po' perchè non li avrei mai associati.
sta di fatto che con grande piacere smith è al primo posto nella classifica dei lettori di new music express come "personaggio più cool del 2010". definizione (cazzata) a parte, il fatto dimostra che gli si riconosce il merito che obiettivamente ha avuto e ha tuttora nell'influenzare i generi più avveniristici.


martedì 26 ottobre 2010

il lato oscuro è la forza dei foals.

un tormento, questo manipolo di gruppo di oxford.
si, l'abum nuovo è più canonico, ha struttura strofa-ponte-ritornello e l'orticaria ti sale su dagli alluci dei piedi, si fa strada puntellandoti i polpacci e si tira a forza sulle cosce. il problema non è di per se utilizzare la struttura, ma il semplice fatto che quando i foals si sbrigliano creano composizioni convincenti e a cui non chiederesti nulla di più. se si strutturano, casca l'intonaco.
il deus ex machina del caso è che c'è sempre un ma in agguato anche quando hai sentenziato a ragion veduta. ti salva giusto quando stavi finendo di sillabare "acciderboli" in uno dei suoi molteplici sinonimi, tipo fanculo.
i benedetti b-sides, che Yannis Philippakis e compagni hanno la cultura di curare e far uscire dietro ad ogni album "ufficiale" e che spesso contengono ciò per cui non puoi fare a meno di legartici a doppio filo, chiudere il lucchetto e divorare la chiave.
come il lato oscuro di antidotes conteneva electric bloom (e sfido a dire che non sia uno dei loro pezzi migliori in assoluto!), il darth vader di total life forever, chiamato MIAMI (dal nome dell'ultimo singolo uscito), contiene tra gli altri wear and tear.
a 1:13 si apre e ti siedi un secondo.

l'inutilità del giorno.

maciullare chitarre in una piscina vuota vestiti da scheletri incappucciati.

però quel dannato salto ritmico in qualche modo ti frega.

venerdì 22 ottobre 2010

kings of leon - come around sundown / e concerto in arrivo


all'inizio fu radioactive, e si può dire che il primo singolo non tradì l'album quando, ben 1 mese dopo, farà la sua apparizione sul web in forme più o meno legali.
per andare a tatto, rispetto a only by the night è come se si fosse passati dalla rabbia della volontà, dalle urla del desiderio estremo alla riflessione misurata, alla pacifica analisi di emozioni più approfondite nella quotidianità, e in quanto tali forse meno incisive a primo impatto ma iniettate in testa in dose graduale e lenitiva.

sex on fire è una dannata voglia di azzanno, una viscerale necessità di fondersi, un istinto primordiale al possesso della carne e al completamento fisico. non è testa, è sangue, è una volontà gridata in quanto brucia e coglie un'istante in cui la pulsione è al suo apice e tutto ciò che si può fare è volere e soffrire e al tempo stesso impazzire di desiderio. un'istantanea dallo stomaco. i titoli lo dicono, durante la notte, voglio usare qualcuno, voglio essere qualcuno, il tuo sesso è a fuoco, ti voglio, hai solo 17 anni.

l'album che i kings of leon decidono di far uscire a quasi due anni dall'ultimo è invece ragionato e sociale, e trasuda lavoro su se stessi. il primo singolo bada alle radici, ma non alle radici che pulsano violente nelle vene, bensì all'aspetto di comunità che le radici implicano, un po in linea, se vogliamo fare un parallelismo, con i singoli dell'ultimo album dei the national.

la crisi economica, insomma, sembra aver in qualche modo lasciato il segno, scatenando una sorta di bisogno di riflessione globale sulla necessità di calore umano condiviso, di quella solidarietà umana data troppo per scontata ma che, a ben vedere, non è altro che ciò a cui dovremmo essere portati vivendo nella stessa epoca e nella stessa condizione.

non ci si chiude, quindi, in se stessi, nel proprio trascinante ma anche egoistico volere, nella notte del nostro io, ma si accetta la condizione umana alla luce del sole, o meglio l'accettazione è già stata maturata, e la si ribalta in testi che anche nella loro tristezza, trasudano consapevolezza e ridimensionamento.
così in pyro devo accettare che non sarò mai il vostro fondamento, saluta i bambini, brucerò giù tutto, perchè tutto ciò che ho creato sta morendo. sto dicendo che voglio morire, ma con una accettazione della mia rassegnazione ben lontana da urla dissennate e disperate. il che non è affatto meglio.

insomma, ben lontano da essere l'album del successo raggiunto come poteva essere, "come around sundown" si dimostra invece capace di lasciare un solco forse non incisivo a primo impatto come only by the night, ma lentamente ricavato con la automatica ripetizione di ascolti di un lavoro sentito, a più ampio respiro rispetto al precedente e forse, tutto sommato, più maturo.
anche se paradossalmente, per ragioni forse compositive, non globalmente migliore.

li aspetto il 3 dicembre a bologna.