
ho partecipato a un convegno su lost. non esattamente un convegno, ma un incontro condotto da alessandra comazzi dal titolo: "lost, capolavoro o cagata pazzesca?". titolo qualunquista, direi. la presenza di alcuni detrattori, da me schivati pregiudizialmente col mio solito "non hanno capito nulla", ha finito per essere parecchio interessante dato che gli stessi si sono dichiarati detrattori infognati ed esperti.
criticano ma non possono fare a meno di guardarlo. il che mi suona bulimico, ma il contributo c'è stato e la competenza sul campo era palpabile.
la posizione forse più interessante è stata quella di maccio capatonda, il quale, tra una cazzata e l'altra, ha fatto una degnissima osservazione: lost regge sul non visto. come per i film di lynch, quello che inquieta e che ti prende visceralmente è ciò che non compare, che sai che condiziona gli eventi e ne tira le fila, ma è in sostanza inafferrabile e incomprensibile, perchè l'intrico di situazioni ed eventi non ti permette di ragionarci fino in fondo.
a pensarci bene, è esattamente la riproduzione di ciò che sommuove la nostra esistenza ogni giorno. siamo tutti coscienti o abbiamo l'impressione che in sottotraccia ci sia un disegno, o un piano, cosciente o meno, matematico o meno, casuale o meno, negli incontri che facciamo, nelle scelte che prendiamo e nelle occasioni che ci capitano, ed è proprio ciò che lost va' a riprodurre in microcosmo.
il dubbio fondamentale dell'esistenza.
fede o scienza? ragione o istinto? piano o casualità?
forse nell'ultima puntata, almeno a livello telefilmico, avremo una risposta.
io non voglio vederla e lo ricomincio da capo. sono infetto.
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