lunedì 3 maggio 2010

p.e.e.

era seduto al parco. lo schermo del pc acceso spediva luce sulle ginocchia infreddolite da un autunno in rapido deterioramento. le dita scorrevano veloci sulla tastiera, ogni dito come una tagliola fatta scattare dalla lepre di turno, piombava falciante sul singolo tasto per poi rimbalzare all'istante sul successivo.
era abituato e ne faceva la ragione del suo esistere un istante dopo l'altro. reperire informazioni via chat, tracciare le genealogie dei rapporti e delle relazioni interpersonali di perfetti sconosciuti sullo schermo del suo unico strumento di attività interiore, la protesi della sua esistenza emotiva.
univa pezzi scarabocchiando linee in modo frenetico tra un neurone e un altro, un elettroencefalogramma a video avrebbe mostrato diverse parti dei lobi encefalici illuminate come una città vista da satellite nella metà oscura del pianeta. una città in preda al panico, allo shopping compulsivo di notizie becere, marce, il più sputtananti o intricate possibile.
il sole grigio ormai calante non faceva che sottolineare lo sbuffo di fiato caldo che fuoriusciva dalla sua bocca, nessuna macchina sembrava interessata alla strada dietro la panchina, dietro la siepe dietro alla panchina, dietro alla cancellata dietro la siepe. silenzio.
tap tap tap. invio. tap tap. silenzio. click.
questa volta era davvero fiero. con le gambe distese e la ventola del pc che iniziava a dare segni di necessità, rifletteva un secondo sul fatto. l'aveva colto in fallo, aveva scoperto il tradimento di un amico dell'unico essere animato che potesse chiamare amico senza pensare di prendersi per il culo da solo.
ovviamente, ne aveva prontamente informato via chat l'1/100 dei suoi amici di facebook. una frazione non rincuorante, se non foste stati lui. lui di amici ne aveva 1987. di cui, conosciuti o visti dal vivo, 24. questo non era affatto un problema.
Tra l'1/100 di perfetti sconosciuti, sicuramente alcuni conoscenti dell'amico del suo amico avevano iniziato a giocare a quel gioco. quello che lo avvolgeva da piccolo così insistentemente da farsi richiamare spesso perchè la soglia di attenzione ne era troppo occupata. quello che gli avevano regalato il giorno della befana, a 7 o a 8 anni. non ricordava.
ma un secondo. non erano loro ad aver iniziato il gioco. LUI aveva scatenato il domino. LUI era l'avvio, gli altri semplici pedine a sfracellarsi l'una sull'altra.
l'effetto che avrebbe provocato sulla vita dell'amico del suo amico lo riempiva di orgoglio, il senso di verità che ne scaturiva iniettava adrenalina a fiotti, il suo fisico ne era rinvigorito.
era potenzialmente onnipotente. il suo ingegno era votato al cambiare radicalmente le vite di perfetti sconosciuti.
nome e cognome. immagine. profili. chat. beccato.
soddisfatto del lavoro, si sentiva vivo e benchè non cosciente appieno della conseguenza su se stesso, dava nuova linfa alla tristezza di un'esistenza votata al proprio nulla interiore. sulla definizione di nulla interiore, non sarebbe stato d'accordo.
parco buio, gambe distese, pc ad illuminare parte del viso concentrato.
le dita informavano il conoscente di turno della sua enorme vittoria sull'esistenza di due persone state insieme 12 anni.
il ghigno sul volto a una battuta dell'interlocutore.
tap tap. occhiolino con lingua ;P
poi un tonfo sordo. liquido caldo sulla tempia sinistra. coscienza e inconscienza della situazione lo rendevano tutt'altro che spaventato.
un'esperienza, pensava. sono confuso ma forse ho capito.
quasi non sento più nulla, ma di sicuro..
dietro alla panchina, di fronte alla siepe, un masso piombava a terra.
la figura oscurata dalla sera inoltrata ansimava pesantemente. la nuvola di fiato ne esprimeva il senso di calore che ne riempiva i polsi, la fronte, i quadricipiti, il petto.
insieme pulsava e si gonfiava. pulsava e si sgonfiava.
lui, sulla panchina, la testa china, non pensava più. se avessero potuto rubargli l'ultimo pensiero sarebbe stato: ho vinto.

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